Ezio Feliciani-Colosseum Club Veicoli Storici Roma

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Ricordo di Ezio Feliciani

Ezio Feliciani, un  personaggio
di Marco Marinacci

Il 25 agosto del 2020 si è spento Ezio Feliciani, il più attivo fra coloro che, nel 1991, fondarono il Colosseum Club Veicoli Storici Roma, federato ASI.

Tutti i giorni e tutto il giorno in officina fino a pochissimo prima, anche se insieme ai figli Fabrizio e Milena. Ezio è stato certamente un personaggio particolare, con le sue idee, i suoi istinti, le sue convinzioni, le sue intuizioni, i suoi slanci.
Romano de Roma che più di così non si può, dal carattere all'accento. E, soprattutto, con la benzina invece del sangue nelle vene.

Non era facilissimo discuterci, lo dovevi soprattutto ascoltare. Anche perché valeva la pena, perché le cose che diceva erano spesso istintive ma di spessore, "de core". Non faceva certo discorsi intorcinati, pane al pane e vino al vino, le cose o sono così o sono cosà, e comunque sono come dice lui.
Col suo modo di fare, amichevole e burbero nello stesso tempo, si è fatto voler bene da un sacco di persone, una delle quali sono io. E tento allora di tracciare una specie di ricordo, per quello che posso considerando che lo ho conosciuto solo una quindicina di anni fa.
Ezio Feliciani lo ho conosciuto nel 2004, quando mi sono iscritto al club di veicoli storici che aveva fondato, il Colosseum Club Veicoli Storici Roma, e di cui poi sono stato presidente dal 2010 al 2019. Una persona incredibile, un personaggio.
Nel 2004 Ezio, nato nel 1933, aveva già 71 anni, ma proprio non sembrava né per fisico né per spirito. Quando veniva ai raduni con la sua Fulvia HF qualche sgommata non mancava mai.
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Le sculture con i pezzi meccanici
Rimasi a bocca aperta la prima volta che mi portò nella “gabbia” a vedere le sue sculture, ma soprattutto rimasi senza fiato quando cominciò a spiegarmele. Non sono “pezzi de fero messi lì”, come diceva lui, ma ognuna ha una storia, un significato articolato quasi sempre a sfondo religioso. Uno spessore d’animo forse sorprendente in una persona che a scuola è andata ben poco: a dodici anni il padre gli disse che gli serviva una mano (comprensibilmente, visto che aveva dodici figli), lui si mise a fare il meccanico e a diciannove anni aprì la sua prima officina tutta sua: a conti fatti, nel 1952, nell’Italia delle Topolino. Ben presto fu ufficiale Lancia, e con il passar degli anni è diventato un vero e proprio riferimento anche grazie all’attività di restauro, a livello meccanico, delle auto “de ‘na vorta”.20100504_210429_
La gabbia della fantasia
La gabbia delle sculture, sì. Ezio aveva la fissazione di non buttare i pezzi delle macchine che aggiustava, ma di metterli insieme con fantasia per formare delle sculture: in nessuna c’è un pezzo che non provenga da un’auto. Non si salva nulla, anzi non si butta nulla: candele, catene, valvole, coppiglie, alberi, parastrappi, ingranaggi. Ma per capire che Gesù Bambino è una coppiglia, e l’aureola della Madonna una rondella, e il bue e l’asinello due bilancieri ti devi avvicinare, e guardare attentamente. E queste sculture sono nell’officina, racchiuse in una gabbia. Sono famose, e – confesso che non so come ha fatto! – è riuscito a farne dono a personaggi famosi, del calibro di Bush o del Papa. C’è un guerriero con la lancia che raffigura Vincenzo Lancia perché, diceva, “a me m’ha ‘mparato lui”, c’è un indiano d’America
con le candele Champion che sono americane ma niente Bosch né Marelli, c’è mezza 500 con un presepe animato, c’è un cavallo rampante in cui spicca il volano di una Guzzi, c’è una gallina tutta di candele, c’è una incredibile Pietà con pezzi di sedili, catene, molloni e spingidisco che ha destato lo stupore del Cardinale Poletti per via dell’effetto di “abbandono” che Ezio è riuscito a darle, in cui… “ha fregato Michelangelo”. Quando si metteva a raccontarle era così coinvolto che non si fermava più, e faceva e ti faceva fare tardi qualunque cosa avesse ed avessi da fare. Ma era anche terribilmente affascinante e così qualche volta lo ho filmato: perché altri potessero ascoltare direttamente da lui alcune descrizioni. Come quella della storia di Roma, per esempio.
Peccato non avergliele fatte descrivere tutte, ora non c’è più tempo.
La Pietà, il Cardinale e l'abbandono
La descrizione della Pietà merita un cenno in più: Ezio raccontava che il cardinale Poletti restò impressionato e si complimentò moltissimo perché aveva ottenuto l’effetto dell’abbandono, che nessun altro scultore, Michelangelo compreso, aveva dato alla sua opera. Ezio si preoccupò moltissimo, pensando di aver fatto un errore e non rendendosi conto di cosa fosse questo benedetto abbandono, e continuando a chiedere “ma che d’è ‘st’abbandono” finché il cardinale gli mostrò le catene e le articolazioni dei sedili che erano mobili e che quindi, se sollevate, ricadevano giù, come le parti di un corpo esamine. Non so se il racconto di Ezio fosse un po’ romanzato, ma era molto coinvolgente, si creava un pathos.
Ecco il video (cliccare).
 
Ne ha fatte di tutti i colori, ha corso con Luigi Musso, ha avuto a che fare con mille personaggi importanti, del settore e non del settore. Nella sua officina c’è ancora una Guzzi 250 che tanti anni fa aveva modificato per correre: va perfettamente in moto, si fa sentire ruggire ma soprattutto tiene un minimo incredibile che farà sì e no due scoppi al secondo, incredibile, bisogna sentirla per crederci. Entro un giorno in officina e sento un casino… “aoh, sto a fa’ gira’ un po’ questa senno’ s’addorme”, subito prendo il cellulare e filmo, tutto contento dà un po’ di sgassate ma poi la mette al minimo e fa la faccia beata per come lo regge.
Ecco, si sente bene nel video (cliccare).
 
In capo al mondo
con la Flavia "Vagabunda"
Non gli sarà parso vero quindi quando, nel 1997, Roberto Chiodi gli chiese di preparare la sua Flavia Coupé per fare un giretto un po’ lungo: la Pechino Parigi. Non bastava, quindi giro del mondo, 33.000 chilometri, con tanto di macchina che va in un burrone di 30 metri ma continua a funzionare sistemando solo le ammaccature più grosse. E cosa esce fuori alla fine? Che nella preparazione aveva nascosto un santino della Madonna del Divino Amore sotto al sedile, “è lei che vi ha protetto, che vi ha fatto tornare a casa sani e salvi”.
Ezio e la...
"sua" Flavia di Roberto
Ma di questa avventura in capo al mondo mi sembra più interessante che a parlarne sia il suo protagonista, Roberto Chiodi, attraverso uno scritto di qualche anno fa, nel riquadro qui sotto. Chi vuole può approdofondire direttamente sul suo sito, http://www.girodelmondo.com/it/rally/pechino-parigi-1997
 
ROBERTO CHIODI racconta la sua Flavia
modificata da Ezio per andare in capo al mondo
Rileggendo un po’ di pagine del sito, in preparazione della prossima Pechino-Parigi, ci siamo resi conto di non aver mai ringraziato adeguatamente Ezio Feliciani, il meccanico-amico che ci ha sempre consentito di affrontare lunghissimi viaggi e di tornare indietro sulle nostre quattro ruote. Fu lui a preparare la nostra Lancia Flavia coupé (Vagabunda) per la prima Pechino- Parigi del 1997 e a rimetterla poi in sesto per affrontare i 33.000 km del Giro del Mondo in 80 giorni nel 2000 e gli altri 25.000 massacranti chilometri dell’Inca Trail (Rio-Lima-Ushuaia-Rio) nel 2001. La semplice lunghezza di questi rally non rende l’idea di cosa fossero simili gare e quale grado di preparazione occorresse per disputarle.
Nella prima Pechino-Parigi avemmo subito problemi di carburazione. Ezio aveva messo nella cassetta degli attrezzi due piccoli getti di ricambio, avvolti nella carta telata. Quello “stupido cartoccetto" fu la prima cosa che buttai via quando si trattò di frugare alla ricerca degli spilli… Ci consigliarono di "castrare" il carburatore doppio corpo. Così mutilata, Vagabunda riprese a frullare, si fece il Tibet e l'Himalaya, scollinò cinque volte oltre i cinquemila metri. Poi, in Grecia, un olio fasullo ci fece fondere una bronzina. Trovammo Ezio al porto di Ancona, lavorò tutta la notte e ci restituì una Flavia esuberante.
Nel Giro del mondo, le cose andarono molto meglio: a Pechino eravamo addirittura primi di categoria. Poi, nel nord del Canada finimmo fuori strada e ci cappottammo. Rotolammo giù per una trentina di metri: asse spezzato, vetri in frantumi, ammortizzatore e mollone introvabili, disperso nella boscaglia tutto quello che stava nel portabagagli. Non potete immaginare come era ridotta la carrozzeria, ma il motore… il motore di Ezio frullava ancora perfettamente. Fu questo a convincerci che potevamo continuare - pur così ammaccati - il nostro lungo viaggio. Lasciammo Vagabunda a un carrozziere per un paio di giorni, riuscimmo a raggiungere la carovana e facemmo altri 12.000 km per concludere la gara.
Quando Ezio rivide la Flavia, ci confessò commosso di aver nascosto un’immaginetta della Madonna del Divino Amore sotto un sedile: “E’ lei che vi ha protetto - disse trattenendo le lacrime -. E’ lei che vi ha fatto tornare a casa sani e salvi!”
In occasione dell’Inca Trail trovammo, prima della partenza da Rio de Janeiro, un vecchio meccanico italiano. Quando vide la targhetta dell’Officina Feliciani, ci disse che lo conosceva benissimo, da giovani avevano corso insieme in moto. Telefonò subito a Ezio e gli disse che aveva in officina una Flavia che perdeva olio da tutte le parti e non sapeva dove mettere le mani. Dopo un attimo di panico, Ezio capì che era solo uno scherzo e finì tutto in una grossa risata. Anche in Sud America ci furono mille problemi di tutti i tipi, ma il motore di Feliciani non ci ha mai tradito.
Al nostro ritorno Ezio rimise in sesto per l’ennesima volta la “sua” Flavia, e adesso è orgoglioso di sapere che tutti la possono ammirare al Museo Bonfanti di Bassano. L’ha sempre considerata una sua creatura.
Non so bene, francamente, come mai gli venne l’idea di fondare il club federato ASI, il Colosseum: fu nel 1991, so che prima era socio di altri club, non credo sia importante. Ma come fu per l’officina evidentemente ne voleva uno suo. Con una sede improbabile sul soppalco dell’officina, nella quale arrivano tutti i rumori e le puzze dei motori che aggiustava, per molto tempo non c’erano neppure dei vetri, incapaci di contenere il rumore ma almeno qualche gas. Anni fa, non ero ancora presidente, in un certo numero di persone pensammo che fosse bene cambiare sede e sceglierne una più “normale”, non fu possibile: “no no, ’sto club è nato qua, e deve da sta’ qua, vicino alle machine”. Un club di poca gente senza fronzoli, forse un po’ rudimentale ma un club vero, che sta insieme perché gli va e non perché gli conviene.
Che sarà ora senza Ezio… non lo so. In officina ci sono i figli, Fabrizio e Milena, già da tempo. Ma per noi Ezio c’è sempre, e sono sicuro che in questo momento il Paradiso è un luogo rumoroso, perché appena arrivato… “A Sampie’ vie’ qua, che te trucco la machina!”.